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L’incontro inatteso al club di Roma

Il dito scivolò lentamente lungo la mia coscia mentre il vapore dell’hammam avvolgeva ogni cosa in una nebbia calda. Eravamo nel club privato vicino a Piazza Navona, uno di quei posti discreti frequentati da professionisti che cercano evasione nel cuore di Roma. Era un mercoledì pomeriggio di maggio, l’ora in cui gli uffici si svuotano per qualche ora di libertà.

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Mi ero seduto sulla panca di legno umida, il corpo già coperto di sudore. Accanto a me, un uomo sui quarantacinque anni, capelli sale e pepe, corporatura atletica frutto di ore in palestra dopo riunioni estenuanti. Si chiamava Marco, come scoprii poco dopo. Lavorava come avvocato in uno studio vicino al Pantheon. Le sue gambe sfioravano le mie, e quel contatto casuale bastò a far accelerare il mio respiro.

«Fa caldo oggi, vero?» disse con voce bassa, quasi un sussurro. Annuii senza guardarlo direttamente, ma sentivo i suoi occhi su di me. Avevo trentadue anni, ero un ingegnere informatico con un buon stipendio e un appartamento a Trastevere. Vivevo solo da anni, dopo una lunga storia finita male. Quel giorno ero entrato nel club per la prima volta, spinto da una curiosità che mi tormentava da mesi.

Marco si mosse leggermente. La sua mano sfiorò il mio ginocchio, poi risalì con lentezza deliberata. Non mi ritrassi. Il cuore batteva forte contro le costole. Nel locale c’eravamo solo noi due e un altro signore più anziano che sonnecchiava nell’angolo opposto, gli occhi chiusi. L’atmosfera era densa, carica di possibilità.

Decisi di ricambiare il gesto. La mia mano trovò la sua coscia muscolosa, la pelle calda e liscia sotto le dita. Marco emise un sospiro soddisfatto. «Sei nuovo qui, non è vero?» chiese. «Si vede dal modo in cui osservi tutto.»

«È la prima volta» ammisi. «Un collega mi ha parlato di questo posto. Diceva che qui si può lasciar andare senza giudizi.»

La sua mano salì ancora, arrivando pericolosamente vicino al mio sesso che già cominciava a reagire. Lo afferrai con decisione, sentendo sotto il palmo la sua erezione che cresceva. Il vapore rendeva tutto irreale, come un sogno bagnato. Ci spostammo verso una nicchia più appartata, dove il calore era ancora più intenso. Marco si inginocchiò davanti a me senza esitazione. Le sue labbra avvolsero la mia asta con maestria, succhiando piano mentre la lingua tracciava cerchi perfetti intorno alla punta.

Gemevo piano, una mano tra i suoi capelli corti. Non avevo mai provato niente del genere con un uomo. Le sue dita intanto esploravano più in basso, massaggiando le palle con delicatezza prima di scivolare tra le natiche. Un polpastrello premette contro l’apertura, titillandola senza forzare. Il piacere era così intenso che le gambe mi tremavano.

«Lasciati andare» mormorò lui, staccandosi un attimo. «Qui nessuno ti giudica.»

Obbedii. Il dito entrò con lentezza, accompagnando il ritmo della sua bocca che saliva e scendeva. Il doppio stimolo mi portò al limite in pochi minuti. Venni con forza, i getti caldi che riempivano la sua gola mentre il mio corpo era scosso da spasmi violenti. Marco non si fermò, continuando a succhiare fino all’ultima goccia, il dito che si muoveva dentro di me prolungando l’orgasmo fino a farmi vedere le stelle.

Quando mi ripresi, lo aiutai a rialzarsi. Lo baciai con passione, sentendo il mio stesso sapore sulla sua lingua. Ora toccava a me. Lo feci sedere e mi abbassai tra le sue gambe. Il suo membro era spesso, venato, già lucido di eccitazione. Lo presi in bocca con una certa goffaggine iniziale, ma imparai in fretta. Marco gemeva, le mani sui miei capelli, guidandomi con dolcezza.

«Così, perfetto… continua» sussurrava. Il suo sapore era muschiato, eccitante. Mentre lo succhiavo, una mano accarezzava il suo petto ampio, pizzicando i capezzoli. L’altro uomo nell’hammam si era svegliato e ci osservava in silenzio, ma non si unì. Era solo uno spettatore discreto.

Marco venne poco dopo, inondandomi la bocca con fiotti abbondanti. Deglutii tutto, sorpreso da quanto mi piacesse. Ci sedemmo uno accanto all’altro, i corpi sudati e appagati. Parlammo a bassa voce. Mi raccontò della sua vita: sposato da quindici anni con una donna che amava, ma che non riusciva più a soddisfarlo sessualmente dopo due gravidanze difficili. Veniva al club ogni due mercoledì, quando lei era a lezione di yoga.

Io gli confidai le mie insicurezze, il matrimonio fallito, le notti passate a chiedermi cosa volessi davvero. «Forse questo» dissi, indicando i nostri corpi ancora vicini. Lui sorrise e mi propose di spostarci nella zona relax al piano di sopra.

Salimmo le scale strette che portavano alle stanze private. Il club era arredato con gusto, luci soffuse, divani di pelle scura. Nella camera che scegliemmo c’era un grande letto circolare e una doccia aperta. Ci lavammo insieme sotto il getto caldo, le mani che insaponavano ogni centimetro di pelle. Marco era instancabile. Mi fece piegare contro il muro piastrellato e mi penetrò con le dita mentre mi masturbava di nuovo.

Questa volta fui io a prendere l’iniziativa. Lo spinsi sul letto e mi posizionai sopra di lui. Lo cavalcai con movimenti lenti all’inizio, poi sempre più decisi. I nostri gemiti riempivano la stanza. Il suo sesso dentro di me era una sensazione nuova, profonda, che mi faceva perdere il controllo. Venimmo quasi insieme, i corpi inarcati, il sudore che colava sui lenzuoli.

Dopo, restammo sdraiati a parlare per quasi un’ora. Mi raccontò di un viaggio di lavoro a Milano dove aveva avuto un’esperienza simile in un altro club. Io gli dissi del mio desiderio di tornare, magari la settimana successiva. Non facemmo promesse. Questo posto era fatto per l’attimo presente, per il brivido di vite parallele che si incrociano solo per poche ore.

Quando scesi di nuovo al piano inferiore, il sole filtrava dalle finestre oscurate. Erano quasi le sei. Mi vestii nello spogliatoio, salutando con un cenno l’uomo della reception che sembrava sapere tutto senza mai chiedere nulla. Uscendo in via dei Coronari, l’aria fresca di Roma mi colpì come una sferzata. Il traffico, i turisti, i caffè affollati. Nessuno avrebbe mai immaginato cosa era appena successo a pochi metri da lì.

Camminai verso il Tevere, sentendo ancora il corpo vibrare di piacere. Sapevo che sarei tornato. Quel pomeriggio aveva aperto una porta che non volevo più chiudere. La doppia vita aveva appena cominciato a mostrare il suo volto più eccitante.

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