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Un weekend a Venezia tra maschere e desideri proibiti

Il vaporetto ondeggiava dolcemente sul Canal Grande mentre il sole tramontava dietro i palazzi gotici. Sentivo il suo respiro caldo sul collo, lì, in mezzo alla folla di turisti che scattavano foto senza immaginare nulla. Marco mi aveva posato una mano sulla vita, fingendo di indicarmi un dettaglio architettonico, ma le sue dita premevano con insistenza sotto il cappotto leggero.

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«Stasera niente regole, amore mio» mi sussurrò all’orecchio. Io non risposi. Mi limitai a stringere più forte la maschera di pizzo nero che tenevo in borsa. Eravamo arrivati a Venezia due giorni prima per quello che doveva essere un semplice anniversario di matrimonio. Dieci anni con Luca, il mio marito premuroso e un po’ prevedibile. Eppure, da mesi, era Marco a occupare i miei pensieri: collega di lavoro, sorriso ironico, mani che sapevano esattamente dove posarsi.

Scendemmo a San Marco proprio mentre le prime luci dei lampioni si accendevano. L’aria era impregnata di sale e di frittelle calde. Camminammo senza meta tra le calli strette, le nostre spalle che si sfioravano di continuo. Ogni volta che un gondoliere ci superava cantando, sentivo un brivido risalirmi lungo la schiena. Sapevo che quella sera avrei tradito Luca. E lo volevo con tutta me stessa.

Arrivammo all’hotel piccolo e discreto vicino a Campo Santa Margherita. La stanza al secondo piano aveva una finestra che dava su un canale secondario, dove l’acqua batteva piano contro i muri di mattoni. Appena chiusa la porta, Marco mi spinse contro il muro senza dire una parola. Le sue labbra trovarono subito le mie. Il bacio fu urgente, quasi violento, come se avessimo aspettato quel momento per mesi. E in effetti era così.

Mi sfilò il cappotto mentre io gli slacciavo la camicia. Le sue dita corsero sotto il mio vestito leggero, trovarono il bordo delle autoreggenti che avevo indossato apposta. Un gemito mi sfuggì quando mi toccò proprio lì, già bagnata, già pronta. «Sei una cattiva moglie» mormorò ridendo piano contro la mia bocca. Io gli morsi il labbro inferiore in risposta. «E tu un pessimo amico».

Non arrivammo nemmeno al letto la prima volta. Mi sollevò contro la parete, le mie gambe intorno ai suoi fianchi. Entrò dentro di me con un colpo solo, profondo. Gridai, un suono che si perse tra i rumori della città che entravano dalla finestra socchiusa. Venezia sembrava complice: le voci lontane dei turisti, il tintinnio di un bicchiere in un bar vicino, il lamento di un violino da qualche parte in un cortile.

Dopo, restammo sdraiati sul tappeto persiano, nudi, a riprendere fiato. Marco tracciava linee invisibili sulla mia pelle con la punta delle dita. «Hai mai pensato di lasciarlo?» chiese all’improvviso. Io scossi la testa. Non volevo parlare di Luca, non lì, non in quel momento. Volevo solo sentire ancora quel fuoco che mio marito non accendeva più da anni.

La sera ci vestimmo per uscire. Io scelsi un abito nero corto, scollato sulla schiena, e la maschera di pizzo. Marco indossò un costume semplice ma elegante, con una mezza maschera bianca che gli dava un’aria da predatore. Passeggiammo fino a un piccolo ristorante nascosto dietro l’Accademia. Candele, vino rosso, risotto ai frutti di mare. Sotto il tavolo, il suo piede nudo risaliva lungo la mia gamba. Io ridevo, bevevo, mi sentivo viva come non mi succedeva da tempo.

Dopo cena, invece di tornare in hotel, prendemmo un taxi acqueo fino a Murano. La fabbrica di vetro era chiusa, ma Marco conosceva il proprietario. Una piccola porta sul retro si aprì. Dentro, tra forni spenti e scaffali di oggetti scintillanti, mi fece sdraiare su un tavolo di legno levigato. La luce era bassa, arancione. Lui si inginocchiò davanti a me, alzò il vestito e affondò la lingua tra le mie cosce senza preavviso. Io afferrai una boccia di vetro soffiato per non urlare. L’orgasmo arrivò rapido, violento, mentre fuori le onde del canale continuavano il loro ritmo indifferente.

Più tardi, sulla terrazza dell’hotel, avvolti in due plaid, guardavamo le luci della città tremolare sull’acqua. Marco mi versò un altro bicchiere di prosecco. «Domani torni da lui» disse piano. Non era una domanda. Io annuii. Sapevo che questo weekend sarebbe rimasto chiuso in una scatola segreta, come le maschere che avremmo riportato a casa.

Ma non era ancora finita. Nella notte, mentre Luca mi mandava un messaggio dolce chiedendo come stava andando il viaggio, io ero di nuovo tra le braccia di Marco. Questa volta fu lento, quasi dolorosamente dolce. Mi prese da dietro mentre guardavo il canale dalla finestra. Ogni spinta era un’onda che mi portava più lontano dalla mia vita ordinata. Venni sussurrando il suo nome, la fronte contro il vetro freddo.

All’alba, prima di prendere il treno per tornare a Milano, facemmo una passeggiata fino al Ponte dei Sospiri. Le prime barche dei fornitori scaricavano casse di verdura. Venezia si svegliava pigra. Marco mi baciò un’ultima volta all’ombra di un portico, un bacio lungo che sapeva di addio e di promessa.

Quando il treno partì, mi appoggiai al sedile e chiusi gli occhi. Sentivo ancora il suo odore sulla pelle, il sapore delle sue labbra. Luca mi avrebbe aspettata alla stazione con fiori e un sorriso sincero. Io gli avrei raccontato del vetro di Murano, dei quadri dell’Accademia, delle calli affollate. E avrei tenuto per me il resto: il battito accelerato del cuore, le maschere, i gemiti soffocati tra le lenzuola di un hotel sconosciuto.

Due vite. Una sola Venezia a farle incontrare per quarantotto ore indimenticabili.

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