Mi chiamo Vittoria, ho 35 anni, sposata da dieci, madre di un bimbo di quattro. Di giorno sono l’avvocatessa impeccabile, con tailleur e tacchi, alliance al dito che brilla sotto le luci dell’ufficio. Mio marito lavora all’estero, casa vuota, solo il boiler rotto da riparare. Chiamo gli idraulici. Arrivano loro: il capo, sui 45, robusto, mani callose; il giovane apprendista, magrebino, pelle olivastra, occhi furbi, forse 25 anni. Sudati, in tuta sporca, entrano in cucina. Io preparo il caffè, fingo normalità. Ma il cuore mi batte forte. Sento i loro sguardi su di me, sulle mie cosce sotto la gonna.
Lavorano, io li osservo. Un tocco accidentale: la mano del giovane sfiora la mia mentre passo. Rabbrividisco. ‘Scusi signora’, dice con accento. Ma non si sposta. Il capo ride, si avvicina. Parlano tra loro, mi guardano. Io arrossisco, guardo l’alliance, penso al bimbo che dorme di sopra. ‘Non dovrei…’, mi dico. Ma la fica pulsa già. Mi siedo sul bordo del tavolo, gambe accavallate. Il giovane osa: la sua mano scivola tra le mie cosce, sotto la calza. Stringo le gambe, imprigionandola. Chiudo gli occhi. Gemo piano. ‘Cazzo…’, sussurro. Loro si fermano, si guardano stupiti. Io spingo la sua mano più a fondo, poi la tiro via, ritmo di carezza. Il giovane sorride, trionfante. ‘Vuole questo, eh signora?’
La tensione in cucina tra vita normale e desiderio
Il capo si china, mi bacia. La sua lingua invade la mia bocca, sa di caffè e sudore. Rispondo, affamata. Poi mi stacco, mani tremanti. Le poso sui loro cazzi, gonfi sotto la tuta. Li stringo attraverso il tessuto. Sentono le mie dita curate sui loro coglioni. Respirano forte. ‘Dio mio, che sto facendo?’, penso, ma continuo. Massaggio piano, poi afferro le aste dure. Quella del giovane lunga e fina, scura; del capo corta, grossa. Le palpo, le sego pulsare. Loro gemono, si incurvano. Io controllo, eccitata dal potere. Cuore in gola, urgenza: il bimbo potrebbe svegliarsi, marito chiama tra un’ora.
Mi alzo, sfilo calze e mutande, le butto sul tavolo. Mi sdraio, gambe alzate e aperte. Espongo tutto: labbra gonfie, peli umidi, clitoride turgido, buco stretto luccicante. Loro fissano, ipnotizzati. ‘Prendetemi’, dico con occhi chiusi. Il capo si inginocchia, lingua come lama tra le mie labbra. Lecca dal basso al clito, lento. ‘Oh porca puttana!’, urlo, afferrandogli la testa. ‘Piano… no, ancora, sì!’. Il giovane mi accarezza tette e pancia, succhia capezzoli. Poi apre la tuta: cazzo lungo, obice lucido. Me lo porge. ‘Madame, per favore…’. Lo prendo in bocca, gusto salato del presperma. Lo succhio piano, lingua sulla cresta. Geme come un cucciolo.
L’abbandono totale e il ritorno al segreto
Il capo si alza, tira fuori il suo cazzo tozzo, mi fa masturbarlo. Io alterno: succhio uno, sego l’altro. Poi lui si mette tra le gambe, guanto preservativo. ‘Dolce, per favore…’, imploro. Entra piano, mi riempie. ‘Ahhh!’, grido. Pompa regolare, io gemo continuo. Il giovane mi sbatte il cazzo in bocca: ‘Succhia, troia!’. Un’ora fa l’avrei schiaffeggiato, ora lo ingoio tutto. Lui viene primo, schizzi caldi sul mio ventre. Il capo accelera, mi stringe cosce, esplode nel lattice. Io vengo urlando, un tuono dentro.
Ci rivestiamo in silenzio. ‘Finite il lavoro e andatevene’, dico, rossa di vergogna ma bagnata ancora. Vado in bagno, mi lavo, controllo il bimbo. Mezzo’ora dopo, firmano la fattura. ‘Grazie signora’, dicono con occhi complici. Escano. Io nel salotto, foto di famiglia ovunque. Alliance luccica. Sorrido colpevole. Domani ufficio, moglie perfetta. Ma stasera, rivivo ogni leccata, ogni spinta. Il brivido del segreto mi fa eccitare di nuovo. Non vedo l’ora del prossimo guasto.