Sono sposata da dieci anni. Avvocata in uno studio di Milano, vita impeccabile. Marito gentile, casa ordinata, figli a scuola. Ma dentro… dio, quel vuoto. Ogni mattina, l’anello al dito mi pesa come un cappio. Lavoro, sorrisi finti, cene di famiglia. Eppure, sogno di più.
È novembre. Vento umido, odore di foglie bagnate e pioggia vecchia. Esco dal lavoro presto, dico a mio marito che ho una riunione. Invece, quel caffè sulla terrazza, lo stesso di sempre. Lampioncini che oscillano, profumo di caffè nero e cornetti caldi. Mi siedo sola, libro in mano, cuore che già batte forte. Lo vedo arrivare, corso per la pioggia, sciarpa di lana logora. Non è un Adone, ma quel sorriso… diretto, vero.
La Routine e il Primo Fuoco Proibito
“Posso?” dice, voce rauca. Annuisco. Parliamo. Del libro, della pioggia, di Roma – lui è di lì, viaggio per lavoro. Mani che sfiorano la tazza, la sua sulla mia. Un brivido. L’anello luccica sotto la luce, ma non mi fermo. “Sei sposata?” chiede, occhi fissi. “Sì… ma”. Esito. “Ma cosa?” Ride piano. Il mio stomaco si contrae. Fuori, il vento porta voci, risate. Dentro di me, il desiderio sale. Ci rivediamo. Messaggi segreti, caffè rubati. Lui mi tocca la mano, io penso a casa. Colpevole? Sì. Eccitata? Da morire.
Tension montante. Ogni incontro, più vicini. Baci nei vicoli, mani sotto il tavolo. “Non dovremmo”, dico, ma le mie labbra cercano le sue. L’odore della sua pelle, tabacco e sapone. Il cuore mi martella: e se mio marito scopre? Eppure, quel rischio… mi bagna.
L’Urgenza del Desiderio e il Ritorno al Normale
Stasera, stessa terrazza. Amici lontani, ma noi soli al tavolo. Vino rosso, sale sulle labbra dalle patatine. “Andiamo”, sussurra, occhi scuri. Esco con lui, sigaretta in mano. Fuori, buio, vento freddo sulla nuca. Mi spinge contro il muro del vicolo accanto, urgente. “Ho poco tempo, devo tornare a casa”. “Fottitene”, ringhia, mano sul mio collo.
Mi bacia duro, lingua dentro, denti che mordono. Le sue mani sotto la gonna, diretto sulla fica. Già bagnata, porca miseria. “Sei fradicia”, dice, dita che entrano, due, tre. Geme, io ansimo: “Shh, ci sentono”. Ma non mi fermo. Slaccio i suoi jeans, cazzo duro, grosso, venoso. Lo prendo in mano, lo tiro. “Scopami ora”. Mi gira, gonna su, mutande giù. Entra di colpo, profondo. “Cazzo, sei stretta”. Spinge forte, ritmico, il muro graffia la pelle. Io stringo l’anello, guardo la mano sul mio fianco – sua, non di mio marito. Cuore impazzito, fica che pulsa. “Più forte, fammi venire”. Geme, mi sbatte, palle che sbattono sul culo. Vengo prima, urlo soffocato, gambe che tremano. Lui dopo, caldo dentro, sperma che cola. “Porca troia”, ansima, baciandomi il collo.
Cinque minuti. Ci rivestiamo, sudati, odore di sesso nell’aria. “A presto”, dice, sparisce. Io cammino a casa, mutande umide, cosce appiccicose. Marito sorride: “Com’è andata la riunione?”. “Bene”. Sorrido, dentro rido. Segreto mio. Stanotte, nel letto coniugale, penserò a quel cazzo. Colpevole? Un po’. Ma viva. Il brivido mi consuma. Domani, stessa vita. Ma io so. E questo mi fa eccitare da morire.