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Confessione di un’infermiera: la mia doppia vita e la notte proibita con il mio paziente

Mi chiamo Maria, ho 35 anni, sposata da dieci con Antonio, contabile preciso e devoto. Due figli, casa ordinata, messa la domenica. Infermiera in una clinica di provincia, tutti mi vedono come la donna perbene. Ma dentro… dentro arde un fuoco che nessuno immagina. Adoro il rischio, il segreto che mi fa battere il cuore all’impazzata. L’adrenalina di fare cose proibite, con l’anello al dito che luccica come un rimprovero.

È arrivato Giovanni quattro giorni fa. Vent’anni, bello come un dio, reduce dal servizio militare. Appendicite acuta, operato d’urgenza. I suoi amici sono al mare a festeggiare la quagliata, lui qui, solo, con una cicatrice fresca e un tubo di drenaggio da cambiare ogni giorno. La vecchia suora barbuta lo curava prima, ma ora tocca a me, Sorella Maria, no, solo infermiera Maria, ma lui mi guarda come se fossi una santa tentatrice.

La mia vita perfetta e il segreto che mi brucia dentro

Primo giorno, lo trovo con il cazzo duro sotto il lenzuolo. Rabatto il drappeggio troppo in fretta, e eccolo lì, dritto, viola, pulsante. Arrossisco, lo copro veloce. ‘Ha caldo, vero?’, balbetto. Lui sorride, sfacciato. ‘Sì, troppissimo’. La mia mano trema mentre applico il disinfettante sul ventre. Sento il suo calore, il suo odore maschio. Il mio cuore… bum bum bum. Esco con le mutande bagnate.

Parliamo la sera. Baudelaire, avventure, risate piano. Mi siedo sul letto, le sue occhiate mi sciolgono. ‘Posso vedere i tuoi capelli?’, osa. Rido nervosa, fuggo. Ma quella notte non dormo. Penso al suo cazzo, grosso, pronto. Il giorno dopo, lo porto a passeggiare nel corridoio. Mi appoggio, no, lui si appoggia a me. Il suo braccio sfiora le mie tette, lo sento indurirsi contro la mia coscia. ‘Mettiti le mutande!’, sussurro rossa. Lui: ‘Così è meglio, no?’. Lo trascino indietro, esco di corsa. Dio, quanto lo voglio.

La tensione sale. Ogni cura è un tormento. La mia mano sul suo ventre, così vicina. Lui geme piano, finge dolore. Io sudo, l’anello mi stringe il dito come una catena. Vita fuori: cena con marito, figli a letto. Ma dentro, bramo il proibito.

La notte del peccato e il ritorno alla normalità

È notte fonda, turno che finisce tra un’ora. Lo sento gemere dalla mia postazione. Vado. ‘Male?’, chiedo. ‘Qui…’, e scosta il lenzuolo. Il suo cazzo è enorme, dritto, la cappella lucida. ‘Nascondilo!’, dico, ma la voce trema. Mi siedo sul letto, asciugo il sudore falso dal suo viso. Gemo lui più forte, spinge i fianchi. Non resisto. Lo prendo in mano. Caldo, duro come ferro, vene gonfie. Lo muovo piano, pelle che scivola sul glande.

‘Oh Maria…’, sussurra. Accelero, lui ansima. Ma voglio di più. Mi chino, cuore in gola, rischio tutto. Bacio la cappella, salata. La lingua gira, lecca il bordo. Lui geme. Apro la bocca, lo ingoio piano, fin dove posso. Succhio forte, testa su e giù, saliva che cola. La sua mano nei miei capelli sotto il velo. ‘Cazzo, sì…’. Vado veloce, urgente, la guardia finisce presto. Sento le palle contrarsi, spingo in fondo. Sgorga caldo, denso, in gola. Ingoio tutto, ogni goccia, gusto amaro e dolce.

Mi alzo, bocca gonfia, labbra umide. Lui sorride: ‘Grazie, angelo’. Esco, pulisco veloce. Torno a casa, bacio Antonio addormentato. Faccio l’amore con lui meccanicamente, ma penso a Giovanni. Il segreto mi eccita da morire. Domani lo dimettono, non lo rivedrò. Ma questo brivido… mi fa viva. La doppia vita: di giorno santa, di notte troia. E non vedo l’ora della prossima volta.

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