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Spingere la porta del giardino di Esmeralda: la mia confessione segreta

Mi chiamo Elena, ho 36 anni, sposata con Marco, il capo produzione della fabbrica dove lavoro come responsabile qualità. Tutti mi vedono come la moglie perfetta: elegante, discreta, sempre sorridente alle cene aziendali. Ma dentro… dentro brucio. L’anello al dito luccica, ma il mio cuore batte per l’adrenalina del proibito. Adoro quel brivido, rischiare di essere scoperta.

Mercoledì scorso, ho accompagnato mio fratello Bernardo all’albergo che gestisce, a venti minuti da qui, vicino alla stazione TGV. Uscendo, Paolo – il direttore del laboratorio, quel tipo affascinante che mi fissa sempre – mi ha vista. Ho sentito i suoi occhi su di me. Panico. Ma anche eccitazione. ‘Devo sistemare le cose’, ho pensato. Quel pomeriggio, invece di tornare a casa, ho bussato alla sua porta. Pioveva. Ero fradicia, il cuore in gola.

Il segreto che mi consumava

‘Paolo, mi hai vista l’altro giorno… con quell’uomo’. Lui ha negato, arrossendo. ‘Non dire bugie’, ho sussurrato, sedendomi sul divano. Le gambe accavallate, la gonna che saliva un po’. Sapevo cosa stavo facendo. ‘Cosa vuoi che faccia?’, ha chiesto. ‘Il tuo silenzio. Sono pronta a tutto’. Silenzio. I nostri sguardi si incatenano. ‘Elena, ti desidero da sempre’, mormora. Mi alzo, le mani tremano. Lui mi attira a sé. Le sue labbra sulle mie, calde, urgenti. Sento l’anello contro la sua schiena. Colpevole? Sì. Eccitata? Da morire.

Mi spinge sul letto. ‘Voglio spingere la porta del tuo giardino, Esmeralda’. Rido nervosa. ‘Fallo, giardiniere’. Mi sfila le scarpe, accarezza le caviglie, sale sotto la gonna. Le sue mani sulle cosce, apro le gambe. Tremano. Arriva alle mutandine, cotone bianco, già bagnate. Le sfiora, preme sul clitoride attraverso il tessuto. Gemo. ‘Sei fradicia’, dice. Me le strappa giù, lenta, scoprendo la mia fica rasata, gonfia di desiderio. La sua lingua… oh Dio. Lecca piano il solco, succhia il labbro, poi il clitoride. Lo morde leggero. Infilo le dita nei suoi capelli. ‘Più forte’. Due dita dentro, pompa veloce. Il mio bacino si alza, lo cavalco. Vengo urlando, le cosce gli stringono la testa, un fiotto mi bagna il viso.

L’urgenza del piacere proibito

Non si ferma. Si spoglia, il cazzo duro, venoso. Me lo prende in mano, lo lecca dalla base alla cappella. Succhia, la lingua gira. ‘Fermati o vengo’, ansima. Ma continua, veloce. Io lo cavalco con la bocca, le tette libere dal reggiseno che gli sfrego sul petto. Eiacula, schizzi caldi sul mio seno. Li spalmo, gemo. Riposiamo un attimo, pele contro pele. Ma l’urgenza… devo tornare a casa. ‘Scopami ora’, dico. Mi mette un cuscino sotto il culo, mi penetra di colpo. La fica lo ingoia, stretto, bagnato. Pompa forte, i nostri corpi sbattono. Le unghie nella sua schiena. ‘Più veloce, Paolo!’. Mi ribalto, lo cavalco. Il clitoride sfrega sul suo pube. Vengo di nuovo, lui dentro di me, riempie la fica di sborra calda. Sudati, ansimanti.

Mi rivesto in fretta. ‘Era mio fratello, l’uomo dell’albergo. Ma questo… questo è il mio segreto vero’. Lui sorride. Esco, guido verso casa. Marco non sospetta nulla. Preparo la cena, sorrido. Ma sotto, la fica ancora pulsava, la sborra colava. Colpevole? Un po’. Ma quel brivido… mi fa viva. Domani, un altro incontro? Il rischio mi eccita da impazzire. La mia doppia vita: rispettabile fuori, troia dentro. E non smetto.

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